Eppure ti sento campione, con quell'ansimare soffuso di chi soffre sì, ma non lo da a vedere; di chi sempre ha lottato come un ossesso contro tutto e tutti e si lascia andare ad un'espirazione forzata, più lunga e profonda del solito.
Eppure ti vedo campione, con quegli occhi tristi e persi nel vuoto, malinconici e pesanti, colmi di lacrime bloccate dalla rabbia.
Eppure ti aspetto campione, qui seduto, con le braccia incrociate ed il viso corrucciato, attendo da quattro anni il tuo passaggio, aspetto una tua "sgasata", un colpo di reni, non smetterò di aspettare.
Ma ciò che più conta è che...ora ti ascolto, campione.
Sono solo 3 ore di differenza a separarci dall'Argentina, assieme a qualche migliaia di kilometri di limpide acque, ma usi e costumi sembrano unirci: noi, popoli così simili, calienti e focosi, con in testa solo il pallone e le donne, il mare ed il caldo d'estate, il vino e la carne rossa, e che, in questi ultimi giorni di Gennaio sembrano avvicinarsi tra loro ancor di più per via di una passione globale oramai: il ciclismo.
Tour de San Luis, l'inverno italiano si contrappone all'estate argentina, sfrecciano già veloci le ruote da mezzo milione di euro l'una dei corridori sulla striscia d'asfalto, mentre da noi la preparazione è agli sgoccioli e le gare alla finestra.
Per molti dei protagonisti la trasferta in terra argentina non rappresenta altro che una settimana di allenamento, di sudore per la stagione vera e propria, ma c'è anche chi, nella Pampa è volato, dopo un viaggio odissea durato quarantacinque ore, per immagazzinare esperienza preziosa per il futuro. E' il caso dei dilettanti della Palazzago Saclà Solaris Grigolin e della Zalf Desireè Fior, che invece ha avuto più fortuna nel volo intercontinentale; ragazzi alle prove generali di professionismo, pronti a gettarsi nella mischia con i pezzi da novanta, pronti a carpire ogni segreto, ogni dettaglio, pronti al grande salto.
L'alba della nuova stagione sta per affacciarsi
oramai nel limpido cielo invernale.
Gennaio è sempre più vicino, il mondo del
pedale è pronto a mettersi nuovamente in moto, come sempre; i nostri eroi sono
pronti a godersi gli ultimi attimi di quiete prima della tempesta.
I nostri eroi non si chiamano però solamente:
Simoni, Riccò, Cunego, Schleck, Bettini...ma hanno sembianze più giovanili, un
volto da ragazzini, una muscolatura non ancora scolpita e tanta paura di non
farcela, di non essere all'altezza, si chiamano: Finetto, Frapporti, Canuti,
Belletti, Capelli, Ginanni e non solo...
Quando i nodi vengono al pettine resta solo
quel nemmeno troppo sottile senso di impotenza, di fragilità; vengono a galla i
rimorsi mischiati ai rimpianti, ci si sente, o quantomeno ci si dovrebbe sentire
più poveri dentro. Ma cosa volete che significhi la povertà interiore in un
mondo di affaristi senza scrupoli, in una società senza sentimento, senza
valori, cosa volete...cosa volete...
Cosa volete dagli appassionati voi grandi capi,
aggrappati alla vostra bella e comoda poltrona da migliaia di euro, nei salotti
per bene, con un solo obiettivo vitale: il guadagno. Vendereste le vostre madri
per un pugno di euri in più, asfaltereste ogni ideologia per sentirvi più
potenti, state calpestando anche il nostro ciclismo. Quel ciclismo che in un
secolo ha scritto pagine di sport, ma che dico sport, di storia vera e propria;
via, spazzato via dal soffio di venti dell'est, dai soldi russi, cinesi, arabi e
di chissà quale altro paese senza alcuna storia in questo nostro amato
sport.
Giace inerme a terra l'ultima goccia di
sudore, scava l'asfalto, sgorga dalla fronte accaldata dalle fatiche di
un'intera stagione: dall'ennesima "pessima" annata.
Fosse un film la chiamerei così,
parafrasando alla rovescia la storia raccontata nelle bellissime campagne di
Provenza da Ridley Scott; ma, ahimè, un film non lo è stato. In caso contrario
godrei del dubbio della veridicità e mi arrampicherei sin sull'ultimo specchio
per fingere che quanto accaduto sia stato frutto soltanto della mia disparata
immaginazione, invece...